Lavoro e motivazione: lo stipendio non basta più a trattenere i talenti

A cura del Dott. Mario Cervini
SI ITALIA – HR CONSULTANCY


Il lavoro conta, ma non è più tutto

Il lavoro resta un pilastro importante nella vita delle persone, ma non è più l’unico.
Secondo la ricerca “Engagement e produttività. Più produttività attraverso la leva della motivazione e del coinvolgimento sul posto di lavoro” realizzata dal Censis per Philip Morris Italia, lo stipendio rimane il principale fattore di attrazione e fidelizzazione, ma non basta più a garantire motivazione e coinvolgimento duraturo.

Disimpegno in crescita, soprattutto tra i più giovani

Nonostante quasi l’80% degli occupati italiani si dichiari motivato, solo il 10% afferma di sentirsi davvero parte del proprio lavoro.
Il dato più preoccupante riguarda i più giovani:

  • Il 53,9% degli under 45 si sente poco coinvolto.
  • Il 44,3% dei dipendenti ha pensato di cambiare occupazione.
  • Nella fascia più giovane la percentuale sale al 64,6%.

Un segnale chiaro: il disallineamento tra ciò che le persone cercano e ciò che trovano nel lavoro è in crescita.

Cosa chiedono oggi i lavoratori

Per migliorare il livello di engagement, il 54% degli intervistati chiede retribuzioni più competitive.
Ma il denaro non è tutto.
Quasi 4 lavoratori su 10 indicano come priorità il benessere e migliori condizioni di lavoro, mentre:

  • Il 32% desidera più benefit aziendali,
  • Il 26,9% maggiore flessibilità, inclusa la possibilità di lavorare da remoto.

Il messaggio è chiaro: motivare significa ascoltare, costruendo ambienti di lavoro in cui le persone si sentano valorizzate e libere di esprimere il proprio potenziale.

L’età fa la differenza

L’età incide in modo determinante sulla motivazione.
Tra gli over 55, cresciuti con una visione del lavoro come valore identitario, il 37,5% si dichiara molto motivato.
Tra i 18 e i 44 anni, invece, solo il 24,3% mostra un forte interesse per la propria occupazione.

Uno dei fattori più influenti è il disallineamento tra competenze e ruolo: appena il 27,2% dei lavoratori percepisce di possedere competenze pienamente adeguate, con un divario ancora più marcato tra i giovani.

Le conseguenze per le imprese

Il disimpegno non è solo una questione personale: è un rischio concreto per le aziende.
Tra gli effetti diretti:

  • calo della produttività,
  • riduzione della qualità delle prestazioni,
  • aumento del turnover.

Un lavoratore su tre ritiene che il disengagement abbia un impatto negativo sui risultati aziendali, percentuale che raggiunge il 45,2% tra i senior.

Per le imprese, questo significa una sola cosa: il capitale umano non si trattiene solo con lo stipendio, ma con strategie di valore.

Conclusioni

Lo stipendio resta un elemento centrale, ma non è più sufficiente per trattenere i talenti.
Servono politiche più ampie e lungimiranti, capaci di integrare:

  • retribuzione,
  • benessere,
  • formazione continua,
    flessibilità organizzativa.

Solo così il lavoro potrà tornare a essere una fonte di motivazione e crescita, per le persone e per le imprese.