Subordinazione del lavoro: non può essere definita per fatto notorio 

Subordinazione lavoro: no al fatto notorio Subordinazione lavoro: no al fatto notorio (Cassazione)

A cura del Dott. Mario Cervini

SI ITALIA – HR CONSULTANCY

L’Ordinanza n. 1228 del 20 gennaio 2026 ribadisce un principio di grande rilievo sistematico: la subordinazione non può essere affermata per “fatto notorio”, né desunta automaticamente dalla natura semplice, esecutiva o ripetitiva delle mansioni.

Si tratta di un chiarimento importante, soprattutto nella pratica, dove spesso si tende a semplificare la qualificazione del rapporto di lavoro.

Il limite del “fatto notorio” nella qualificazione del rapporto

Il passaggio più significativo della decisione riguarda il corretto utilizzo dell’Art. 115 c.p.c..

La Corte richiama un principio preciso: il ricorso alle nozioni di comune esperienza deve essere rigoroso e non può diventare una scorciatoia per ritenere provati gli elementi della subordinazione.

L’errore della Corte d’Appello

Nel caso specifico, la Corte d’Appello aveva considerato “notorio” che l’attività di maschere/addetti al servizio d’ordine fosse necessariamente eterodiretta.

Secondo la Cassazione, questo approccio è giuridicamente improprio: non esistono attività che, per definizione, siano automaticamente subordinate.

Il principio centrale: conta la modalità concreta della prestazione

La Cassazione richiama un orientamento consolidato:

Ogni attività economicamente rilevante può essere svolta sia in forma subordinata sia in forma autonoma.

Ciò che rileva realmente è un elemento preciso: il criterio decisivo.

Il criterio decisivo

L’assoggettamento al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro.

Altri elementi – spesso utilizzati nella prassi – hanno invece valore solo sussidiario, tra cui:

  • orario di lavoro
  • continuità della collaborazione
  • modalità del compenso
  • assenza di rischio economico

Questi indici non sono determinanti da soli.

Stop alle presunzioni: serve prova dei fatti

L’ordinanza richiama un principio spesso trascurato: la qualificazione del rapporto si fonda sui fatti concreti, non su presunzioni di settore.

Questo vale anche per attività che, nell’esperienza comune, possono apparire “naturalmente” inserite in un’organizzazione altrui.

Oltre il “nomen iuris”: il criterio è sostanziale

La sentenza introduce un ulteriore chiarimento, particolarmente rilevante:

  • non è sufficiente il nomen iuris (la forma contrattuale dichiarata)
  • ma non è sufficiente neanche il pregiudizio opposto (considerare automaticamente subordinata una prestazione)

La verifica necessaria

È necessario analizzare caso per caso:

  • come la prestazione è stata effettivamente resa
  • quale grado di autonomia operativa esiste
  • se vi è reale eterodirezione

Implicazioni operative per imprese e consulenti

Il messaggio della Cassazione è chiaro e operativo: la subordinazione si accerta, non si presume.

Per imprese, consulenti del lavoro e organi ispettivi questo significa:

  • maggiore attenzione alla strutturazione dei rapporti
  • necessità di documentare le modalità effettive di svolgimento
  • superamento di logiche basate su automatismi o prassi consolidate

Considerazioni finali

Questa ordinanza non semplifica il tema della qualificazione del rapporto di lavoro.

Al contrario, lo rende più rigoroso.

Richiede di abbandonare scorciatoie interpretative e di tornare a un principio fondamentale:

il diritto del lavoro si fonda sui fatti, non sulle apparenze.